Genocidi Globali. POPOLI SOVRANI. Il valore della persona umana indigena

Genocidi Globali

 

POPOLI SOVRANI

Il valore della persona umana indigena

 

di Italo Carrarini

 

Nell’immaginario occidentale l’essenza indigena si riduce spesso a stereotipi, come quello dell’indigeno povero e ignorante che pratica riti incomprensibili. In realtà questi popoli, che a differenza di noi occidentali vivono in armonia con la natura, sono tutt’altro che rozzi e arretrati. Ma dov’è la dignità per la “gigantesca folla” di indigeni umiliati, a cui la civiltà occidentale sottrae i paradisi naturali?

 

da: L’Ecologist Italiano, n. 11 – 2012

L’11° numero de L’Ecologist Italiano edito dalla Libreria Editrice Fiorentina, introdotto con il consueto acume critico dal direttore Giannozzo Pucci, raccoglie riflessioni di noti autori sulle società tradizionali, sulla loro ricchezza e abbondanza.

“Selvaggi, arretrati, incivili”. Molti sono gli stereotipi che colorano le attribuzioni ai popoli primari. Eppure questa raccolta conferma come in realtà quelle popolazioni siano molto più che semplici ‘persone da acculturare’, mettendo in luce come la società occidentale si ostini ancora a rappresentare il futuro di tutte le società, e come concepisca i suoi erronei interventi di soccorso missionario per aiutare i popoli tribali a svilupparsi.

“Si impone in questo modo una riflessione sullo sviluppo tecnologico e umano e ci si interroga sul senso dell’affanno occidentale verso la crescita e la pienezza di mezzi, servizi e cose. È allora che si riscopre il valore della persona indigena, come contenitore che raccoglie in sé, nella pacatezza e nella semplicità della propria esistenza, i valori dell’intera umanità che l’Occidente, nella sua corsa sfrenata verso lo sviluppo, ha dimenticato”.

La lettura delle oltre 200 pagine di questa edizione costituisce occasione per riportare di seguito alcuni brevi stralci degli autorevoli contributi.

Edward Goldsmith: …“Il principio più importante delle società tradizionali è che sono orientate verso uno scopo. Ma qual è questo scopo? La risposta è la stabilità. Non si tratta di uno stato fisso nello spazio-tempo, ma di una specie di corsa o traiettoria in cui le discontinuità, gli squilibri e i bilanciamenti sono ridotti al minimo. Fino a poco tempo fa le società umane obbedivano a questa esigenza di stabilità. (…) Per il sistema sociale questa autoregolazione è garantita da ciò che si chiama Weltanschauung, o visione del mondo. Quella della società industriale porta alla catastrofe. Quella dei popoli tradizionali permette loro di perpetuarsi!”…

Derek Rasmussen: …“La differenza tra un indigeno e un non indigeno sta nel tipo di collegamento con i propri luoghi. I popoli indigeni pensano che la terra e il cielo li inglobino, che abbiano dei diritti su di loro, che li posseggano. Alla rovescia i popoli non indigeni credono di essere loro a possedere la terra, a possedere l’acqua, a possedere il cielo. Un popolo indigeno si compone di persone che credono di appartenere a un luogo; un popolo non indigeno si compone di persone che credono che i luoghi appartengano a loro.”…

Bruce Chatwin: …“I pregiudizi sulle periferie o sui labirinti burocratici sono stati proiettati sull’uomo cacciatore, l’aggressivo carnivoro armato e causa di tutti i nostri problemi. Ma alcuni cacciatori resistono in angoli remoti. Non vivono a un livello di sussistenza illusorio e non si procurano carne in quantità irregolare con cibo vegetale trovato nei rifiuti. Sono un vero e proprio imbarazzo. Perché, a parte eccezioni che si possono spiegare, i cacciatori sono persone pacifiche, in buona salute e intelligenti, per niente sottosviluppate fisicamente o mentalmente, e godono di un ‘rapporto giusto’ con il loro ambiente.”…

Jerry Mander: …“Gli occidentali non capiscono che la maggior parte dei popoli primari non vogliono salire sulla macchina dell’economia occidentale. Certi popoli dicono persino che il loro stile di vita tradizionale è millenario e che il nostro è destinato alla rovina. (…). Suzy Erlich di Kotzebue dice: “Vengo da una famiglia che vive di un’economia detta di sussistenza. Sono cresciuta così e ne sono orgogliosa. Vorrei che i miei figli crescessero con questo stile di vita. Fa di noi degli Inuit ed è diverso dal fare la spesa al supermercato. Il nostro supermercato si estende per migliaia di ettari e ne siamo fieri.”…

Roy A. Rappaport: …“Risulta che i Maring, nonostante siano ecologicamente dominanti, disturbano il meno possibile la circolazione degli elementi che attraversano i loro ecosistemi mentre praticano l’agricoltura. È facile capire che non sono distruttivi dal punto di vista ecologico. Gruppi locali di poche centinaia di persone sono autonomi politicamente e ampiamente autosufficienti per quanto riguarda la sussistenza, quindi veramente sovrani.”…

Eric Navet: …“Una società smette di essere ‘tradizionale’ quando opera una dispersione eccessiva e fuori controllo dei poteri, quando abbandona la visione olistica del mondo, quando smette di pensare che ogni disordine che colpisce una componente qualsiasi in una forma ecocidiara (uccisione dell’ambiente naturale), etnocidaria (uccisione della cultura), egocidiara (distruzione della persona) riguarda necessariamente, anche se di poco, l’insieme della Creazione e mette in pericolo la sua continuità.”…

Geraldo Reichel-Dolmatoff: …“Tra gli indiani di solito non c’è molto interesse per le nuove conoscenze che possono essere usate per sfruttare in maniera più efficace l’ambiente e c’è poco interesse a massimizzare i profitti a breve termine o a ricavare più cibo o materie prime di quanto ce ne sia ora bisogno. Invece c’è sempre un grandissimo interesse nell’accumulare più conoscenze effettive sulla realtà biologica e, soprattutto, sulle cose che il mondo fisico chiede all’uomo. Gli indiani credono che questa conoscenza sia essenziale per sopravvivere perché l’uomo deve conformarsi alla natura se vuole esistere come parte dell’unità della natura e deve adattare le sue richieste alle disponibilità della natura.”…

José Edwin Parra Piñeros: …“I quattro elementi della natura, acqua, aria, terra, fuoco, insieme all’essenza dell’etere, in milioni di anni hanno dato vita all’armonia e al paradiso delle foreste tropicali. I popoli indigeni sono stati i guardiani e gli angeli custodi di una ricchezza tanto importante. La biodiversità di cui godono questi territori è considerata la più apprezzabile, ricca e utile che esista in questo momento sul pianeta.”…

Pedro Burruezo: …“Le società vernacolari, come ha spiegato bene Edward Goldsmith, rispondono ai problemi attraverso soluzioni integrate armonicamente con l’ambiente (omeoteliche) o globali. Nelle società tecnologiche, le soluzioni sono come delle toppe isolate (eteroteliche). La grande differenza tra l’uomo vernacolare e l’uomo tecnologico è che il primo è realmente protagonista della propria esistenza, mentre il secondo si è trasformato in uno spettatore di ciò che i politici, gli economisti e i professionisti in generale decidono per lui.”…

Ivan Alechine: …“Quando gli Huichol possono esprimersi sulla loro attuale situazione, pretendono sempre le stesse cose: fermare l’annessione di grandi parti del loro territorio da parte dei meztisos che continuano a invadere con le mandrie di mucche, a tagliare alberi illegalmente, a piantare cannabis, ecc.”…

Joanna Eede: …”You say laughter and I say larfter” (Tu dici ‘laughter’ e io dico ‘larfter’) cantava Louis Armstrong. La differenza tra le due parole, che significano entrambe ‘risata’ è così sottile che in italiano non ha equivalente. Eppure, in tutto il mondo, dall’Amazzonia all’Artico, i popoli tribali esprimono questo concetto in 4.000 modi completamente diversi. Tuttavia, oggi più nessuno può dire ‘risate’ in eyak, una lingua del Golfo dell’Alaska, perché i suoi ultimi fluenti interpreti sono morti nel 2008. Nessuno può più dirlo nemmeno nella lingua bo delle isole Andamane: l’ultima persona che sapeva parlarla, Boa Senior, è morta nel 2010. Quasi 55.000 anni di pensieri e idee – la storia collettiva di un intero popolo – sono morti con lei.”…

Survival International: …“Il Brasile è uno dei paesi più importanti del mondo, con una delle economie più dinamiche che si conoscano, e ha certamente le risorse necessarie per proteggere la terra degli Awá, ha commentato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. Sarà in grado di andare fino in fondo? Se non lo farà, e se gli Awá saranno distrutti, potremo allora affermare che il suo nuovo ‘miracolo economico’ è riservato solo ai ricchi e ai potenti? Dove si colloca lo ‘stato di diritto’ nella gerarchia del denaro e delle armi?”…

Vandana Shiva: …“Le tribù del Niyamgiri hanno una prosperosa economia basata sulla conservazione della biodiversità. Come risultato l’area ancora vanta 300 specie di piante, comprese 112 piante medicinali. Il contributo più significativo delle montagne di bauxite come il Niyamgiri è l’approvvigionamento idrico. La bauxite aiuta a trattenere l’acqua. Un fiume e 32 ruscelli nascono da questa montagna di bauxite. Il Niyamgiri è così l’esempio tipico della nostra ricca eredità naturale e culturale che il PESA (la legge Panchayati Raj Extension to Scheduled Areas Act) e il Forest Rights Act (il diritto forestale FRA) dovrebbero proteggere. In tutto il paese, la corporazione mineraria viola la Costituzione, il FRA e il PESA diffonde il terrore e l’illegalità.”…

Françoise Partant: …“In definitiva, lo sviluppo è un progetto ispirato dalle stesse idee della conquista e del dominio coloniale. Risponde tra l’altro ai medesimi interessi e ha le stesse conseguenze dello sfruttamento coloniale. È solo un’opera immaginaria di mistificazione (per usare l’espressione con la quale Christian Harzo definisce l’opera civilizzatrice del colonizzatore), ma che ha questa particolarità di ingannare gli stessi mistificatori.”…

Ivan Illich: …“Dopo il denaro e le armi, la terza merce nordamericana più esportata è l’dealista statunitense, che è presente in ogni teatro del mondo: l’insegnante, il volontario, il missionario, l’organizzatore di comunità, l’economista dello sviluppo e quelli che fanno il bene in vacanza. Idealmente queste persone descrivono il proprio ruolo come servizio. In realtà, spesso finiscono per alleviare i danni fatti al denaro e alle armi, o a “sedurre” i “sottosviluppati” con i benefici del mondo dell’abbondanza e del successo. Forse questo è invece il momento per portare a casa fra la gente negli Stati Uniti la consapevolezza che lo stile di vita che hanno scelto non è abbastanza vivo da essere condiviso.”…

Pannalal Surana: …“La ricchezza deve essere usata come mezzo e non come un fine in sé. L’uomo è un animale sociale e culturale, che deve soddisfare i suoi bisogni animali. Ma bisogna andare oltre. Una persona deve cercare di migliorare le proprie conquiste culturali mentre sviluppa le sue potenzialità. Solo l’abitudine a una vita semplice può indurre l’essere umano ad aprirsi a interessi culturali più ampi”. M. K. Gandhi sosteneva che “La civiltà, nel vero senso del termine, non consiste nella moltiplicazione, ma nella volontaria riduzione dei bisogni. Solo questo porta alla vera felicità e appagamento, e accresce la capacità di servizio.”…

Il nostro è uno sviluppo che non tiene più conto della straordinaria varietà e ricchezza degli habitat, dei linguaggi e delle sfumature della Creazione.

Tutto viene omologato e manipolato da orientamenti scientifici e politici estemporanei, in nome di un’economia del profitto immediato e di  modelli che ci stanno marginalizzando sempre più nel ruolo di inermi e passivi consumatori. Ma esiste ancora qualcos’altro oltre le logiche della finanza e delle altalenanti oscillazioni di Spread e Pil? Come riportato da Giannozzo Pucci nell’introduzione a quest’ultimo Ecologist: “È in nome del principio di efficienza che la società industriale perseguita senza pudore gli indigeni fino all’estinzione tagliando foreste, aprendo miniere, espropriandoli fino ai confini della terra. (…) …che efficienza c’è ad esempio nel bruciare 20 calorie di energia non rinnovabile petrolifera per produrre una caloria alimentare, mentre alcuni popoli indigeni riescono a produrre 10 o 20 calorie alimentari impiegando una sola caloria di energia umana rinnovabile?”

Nel frattempo i Boscimani del Botswana non potranno più cacciare per il loro sostentamento, mentre i ricchi stranieri – invogliati dalle stesse istituzioni locali – potranno farlo pagando fino a 8.000 dollari pur di ostentare feticistici trofei di caccia.

I legittimi protettori degli ambienti naturali sono ormai accerchiati da corporazioni e da Stati che anziché tutelarli li scacciano, poiché quei Popoli Sovrani costituiscono ostacolo imbarazzante per lo sviluppo e lo sfruttamento delle risorse. Dovranno pertanto soggiacere alle regole imposte o andarsene. Ma dove? Fors’anche da noi, pur sapendo di non potergli offrire altro che una difficile e alquanto improbabile integrazione ‘fuori natura’. Tuttavia, “influenzare deliberatamente le condizioni di vita di un gruppo con lo scopo di portarlo alla distruzione fisica totale o parziale” è genocidio.

E allora, come auspicato dallo stesso Pucci: “Battersi per la loro sovranità è la più alta azione politica”…

 

 


 

 

Membri di una tribù amazzonica degli Awá (foto di Sebastiao Salgado)

 

Giovane donna Boscimana del Botswana (da Wikipedia)

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Cultivating Possibilities: Reclaiming and speculating

 

 

 

 

Cultivating Possibilities: Reclaiming and speculating

3rd SUMMER SCHOOL IN ITALY, SUPINO, LAZIO AUGUST 17th – 24th 2014

Following the success of the summer school 1 and 2, we are launching our third summer school this year. The aim is to build on the research and some of the emerging concepts and ideas of the last two summer schools. This year we will explore more specific architectural and urban potential of small towns such as Supino and Morolo, which exist on the periphery of a major European historical city — in this case, Rome — and within the context of the current capitalist crisis. In countries in southern Europe like Italy; the long-term projection is that of continued high unemployment and financial instability.
Indeed, it is a reality that all European countries are going to have to adapt to conditions of greater austerity and scarcity, as global capital shifts increasingly to eastern and southern Asia.

Organizers

The Summer School being organized by: PART, Luisa Morgantini, Supino Municipality

In association with Oxford Brookes University,    UK

The Architecture Association, Frosinone, Italy

Girne American University, Cyprus

http://architecturesummerschool.yolasite.com

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VOGLIO L’ORTO – Seminario Assemblea

VOGLIO L’ORTO – Seminario Assemblea

programma provvisorio

Municipio Roma 5
Centro di Educazione Ambientale
Agroclub RM 5
Capodarco Agricoltura
Lavangaquadra (Nova Arcadia)

VOGLIO L’ORTO
Seminario Assemblea
mercoledì 26 Marzo, h. 17.00
Casa della cultura, via Casilina 665, Roma
(Villa De Sanctis)

Introduce e coordina:

Emiliano de Angelis (Consigliere Municipio RM 5, Segretario circolo PD Villa De Sanctis)

Intervengono:

Giulia Pietroletti (Assessore Ambiente, Municipio RM 5)
Paola Marzi (Ufficio orti, Comune di Roma)
Maurizio Catroppa (Centro di Educazione Ambientale, Municipio RM 5)
Salvatore Stingo (Presidente, Capodarco Agricoltura)
Maria Cristina Tullio (Architetto)
Franco Paolinelli (Presidente, CITTÀ-CAMPAGNA-Silvicultura Agrocultura Paesaggio)
Alessandro Camiz (Sapienza Università di Roma, Lavangaquadra – Nova Arcadia)

Segue dibattito pubblico:
Modera:
Francesca Vessella (Segretario circolo PD Tordeschiavi)

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Ho tanta voglia di orti

Seminario
Giovedi 20 marzo, 18,00
libreria Rinascita
Largo Agosta, 36 ROMA (RM)
www.lavangaquadra.com

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Forma civitatis, call for papers

CALL FOR PAPERS 2014 (deadline june 30 2014)

FORMA CIVITATIS: International journal of urban and territorial morphological studies (IJUTMS), issue 1, 2014CALL FOR PAPERS (deadline june 30, 2014)

Large models in small urban settlements

Hill-top towns are typical in most of Europe in an historical phase that starts from VIIIth cent. until XVth. cent. AD. Prior to the Xth cent. fortification of towns, called by historians  “incastellamento”,  several settlements seem to reoccupy archaic sites, moving from the valleys to the hill-tops and modifying the social structure of former villages. Many of these settlements today need to be preserved but also to be developed, so the study of their formation process is useful also for the contemporary development.

  • Which models were adopted in the ancient design process, do some of the models derive from larger settlements ?
  • Is the small urban hill-top/hill-side settlement phenomena general through Europe ?
  • Are there similar phenomena elsewhere (e.g.  Machu Picchu, native Northern American settlements, Japanese Castle towns, jokamachi, Viking and Saxon Emporia)?
  • Where, in Europe, and why does it start earlier/later ?
  • Which relationships can be found between climate, economy, land  ownership, territorial morphology, social structure and city form?
  • How are such identified (new or old/adapted) social structures expressed in the urban and territorial structures?
  • What differences can be found in the form and structure of different types of small towns, villages, villes, hamlets, wicks, vici, castles etc. if compared to the local territorial morphology.

The journal editors invite participation by interested academics and professionals. Proposals for papers should be in English and should preferably not exceed 20000 characters with an English abstract in less than 1000 characters and up to five keywords.

  • Before submitting a paper please read carefully the Notes for contributors
  • Papers must be submitted online using the paper template
  • Papers will be valued by a double blind peer review process
  • The papers should not contain the name of the author, which should be instead uploaded separately using the Author template.

To register in the web site as author  send an email with a short bio to journal AT formacivitatis DOT com

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ISUF 2015 – Call for papers (deadline 15 January 2015)

ISUF 2015 – International Conference. City as organism: new visions for urban life. 22-26 September 2015. Faculty of Architecture, ‘Sapienza’ University of Rome, Rome, Italy

Call for papers (deadline 15 January 2015)

 

Conceptions of the city have changed significantly in recent years. The character of major infrastructural, residential, commercial and manufacturing developments suggests that current challenges may be a great deal more than a blip in the course of history. Some would argue that the dialectic between the desire to restore the organicity of urban form and the incoherent reality of the actual city is at the core of some of the finest projects and plans that have been developed. Is this a line of thought that is practicable in urban morphological research and practice? Or should we accept the incoherence of cities as amalgams of fragments? A central theme of the Conference is the ‘reading’ of existing cities in the light of a possible new organicity, comparing viewpoints from different disciplines; from architecture to history and from geography to urban planning. Discussions will deal with a variety of scales, from the territorial to the urban, and from the entire city and constellations of cities to the scale of the individual building. The Twenty-Second International Seminar on Urban Form (ISUF 2015), hosted in Rome by the Faculty of Architecture of ‘Sapienza’ University, will take place in Valle Giulia, via Antonio Gramsci 53, 00197, Rome, Italy, from 22 to 26 September 2015. The theme of the conference is ‘City as organism: new visions for urban life’. Scales and topics to be covered include:

Territorial scale

New and historical landscapes

Infrastructural networks

Territorial geography

Urban organism scale

Urban growth and fringe belts

Contemporary design for historical cities

Urban aesthetics and new tendencies in urban design

Eco-cities

Urban fabric scale

Urban morphology and urban regeneration

Reading and designing urban fabric

Urban form and meaning

Urban knots

Building scale

New design methodologies

Architectural heritage preservation methods

Modern legacies

Modern constructions and Mediterranean identity

The organizers and the Council of ISUF invite participation by interested academics and professionals. Proposals for papers should take the form of abstracts of papers. They should be prepared in the following format: title of paper, author(s) name, affiliation, full postal address, e-mail address, telephone number, 3-5 key words, conference topic/scale and a 250-word abstract, in a MS Word file (.doc) using the abstract template available on the website (font: Times New Roman). Proposals should be uploaded on the conference site after registration. Abstracts of papers must be received before 15 January 2015. Notification of whether abstracts have been accepted will be provided by 1 March 2015. Those whose abstracts have been accepted will be required to pay a registration fee by 15 May 2015 to have their papers included in the conference programme. The registration fee of €300 (students: €200) includes 12 months’ membership of ISUF and 3 issues of the journal Urban Morphology, conference cocktail, coffee breaks and gala dinner. Following acceptance of abstracts, submission of papers (not exceeding 4000 words) is required. They should be received by 30 May 2015. Authors should consult the notes for the guidance of contributors to Urban Morphology, available on the ISUF website (http://www.urbanform.org), or in recent copies of that journal, before preparing their papers. Selected papers may be published after the conference. The official conference language is English. There will be a New Researchers’ Forum, in which researchers new to the field are invited to take part. New researchers should indicate when they submit their abstracts whether they would like to be included in the New Researchers’ Forum. Post-conference excursions will take place in Rome, Hadrian’s Villa, (Tivoli) and to the historical town of Todi.

The Conference Scientific Committee comprises:

Giancarlo Cataldi (University of Florence, Italy), Michael Conzen (University of Chicago, USA), Kai Gu (University of Auckland, New Zealand), Ivor Samuels (ISUF, UK), Jean-Francois Lejeune (University of Miami, USA), Renato Masiani (“Sapienza” University of Rome, Italy), Vítor Oliveira (University of Oporto, Portugal), Piero Ostilio Rossi (“Sapienza” University of Rome, Italy), Jeremy Whitehand (University of Birmingham, UK).

The Conference Organizing Committee comprises:

Giuseppe Strappa, Chair (‘Sapienza’ University of Rome, Italy), Alessandro Camiz (‘Sapienza’ University of Rome, Italy), Paolo Carlotti (‘Sapienza’ University of Rome, Italy), Anna Irene del Monaco (‘Sapienza’ University of Rome, Italy), Matteo Ieva (Politechnic of Bari, Italy), Marco Maretto (University of Parma, Italy), Nicola Marzot (University of Ferrara, Italy, and TU-Delft, The Netherlands), Dina Nencini (‘Sapienza’ University of Rome, Italy), Fabrizio Toppetti (‘Sapienza’ University of Rome, Italy).

All ISUF regional groups will be invited to organize a session, a poster or a seminar:

Each ongoing ISUF Task Force will be invited to present its work. http://www.urbanform.org

The conference website, providing more detailed information, is

http://rome2015.isufitaly.com

Enquiries and suggestions concerning the conference should be forwarded to

info.rome2015@isufit

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ORTI GIARDINI CONDIVISI E AGRICOLTURA SOCIALE: LA RIQUALIFICAZIONE VERDE DEL TERRITORIO

SABATO 21 DICEMBRE 2013 – ore 9,30/19.30
la Scuola del Sociale della Provincia di Roma e il Centro di Cultura Ecologica organizzano il seminario
ORTI GIARDINI CONDIVISI E AGRICOLTURA SOCIALE:
LA RIQUALIFICAZIONE VERDE DEL TERRITORIO
presso il Centro di Cultura Ecologica – Via Fermo Corni, snc – 00156 Roma (zona Casal de’ Pazzi)
I territori metropolitani e periurbani sono da tempo teatro di una sfrenata corsa speculativa al cemento che condiziona pesantemente gli spazi comuni, l’aria, la mobilità, il lavoro, la socialità, in una parola la qualità della vita per la generalità dei cittadini.
Tuttavia, sull’onda della più grave crisi economica che il sistema capitalistico abbia mai conosciuto, inizia a manifestarsi un bisogno diffuso di ritorno alla “produzione primaria”: in vari modi un ritorno all’agricoltura.
Molteplici sono le motivazioni che spingono un movimento informale di cittadini di varie fasce di età e condizione sociale ad imbracciare vanghe e rastrelli e occupare lembi di campagna e frammenti interstiziali di verde urbano per sottrarli alle mire speculative e riconvertirli a funzioni sociali primarie e collettive.
L’aspirazione a disporre di cibi sani, autoprodotti e liberi dal dominio della grande distribuzione delle merci, la possibilità di integrare il bilancio familiare, il desiderio di sperimentare “qui ed ora” modi di vita sostenibili possibilmente liberi dall’inquinamento chimico, economico e ideologico del capitalismo, l’inclusione sociale di anziani, stranieri, disabili, disoccupati, precari, in una parola degli “ultimi”, i più deboli, i più dimenticati. Da ultimo la rivendicazione di un lavoro dignitoso, rispettoso del territorio e utile alla collettività.
Discuteremo di orti urbani e agricoltura sociale, dell’inquadramento normativo, delle prospettive e delle aspirazioni, con alcune realtà romane e della provincia.
Programma del Seminario:
ore 9,00 – REGISTRAZIONE PARTECIPANTI
ore 9,30 – SESSIONE MATTINA
Orti e giardini condivisi: i cittadini riqualificano il territorio
Stefano Petrella, Centro di Cultura Ecologica
Estella Marino, Assessore all’Ambiente – Comune di Roma
Maurizio Gubbiotti, RomaNatura
Alessandro Camiz, Lavangaquadra (nova Arcadia)
Luca D’Eusebio, Zappata Romana
Luigi Nieri, Vice sindaco – Comune di Roma
SPAZIO DIBATTITO
ore 13,30 PAUSA BIO-PRANZO
ore 15,00 – SESSIONE POMERIGGIO
L’agricoltura sociale per l’inclusione, la solidarietà, il reddito e la tutela del territorio
Giulio Marcon, Scuola del Sociale
Antonio Onorati, Centro Internazionale Crocevia
Giacomo Lepri, Cooperativa Romana Agricoltori Giovani (Co.R.Ag.Gio.)
Maurizio Ferraro, Cooperativa Sociale Garibaldi
Andrea Zampetti, Fattoria Solidale del Circeo
Gloria Salvatori, EutOrto
SPAZIO DIBATTITO
ore 19,00 – CONCLUSIONI
ore 19,30 – PROIEZIONE DOCUMENTARIO
La Buona Terra. Esperienze di agricoltura sociale in Italia
prodotto dal Segretariato Sociale della RAI in collaborazione con l’Università degli Studi della Tuscia
Scuola del Sociale – Via Cassia, 472 – 00189 Roma
tel. 06.3314643 – e-mail: scuoladelsociale@provincia.roma.it / scuoladelsociale@gmail.com
Centro di Cultura Ecologica – via Fermo Corni snc – 00156 Roma / Parco Regionale Urbano di Aguzzano
tel. 06.8270876 – e-mail: info@centrodiculturaecologica.it

LOCANDINA

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Ecologia e Ambiente: A PROPOSITO DI EDWARD GOLDSMITH

Ecologia e Ambiente

A PROPOSITO DI EDWARD GOLDSMITH

di Italo Carrarini

La massima priorità dell’umanità è reintegrarsi nel mondo naturale.

(Jonathon Porritt)

Edward Goldsmith (Parigi 1928 – Siena 2009) è considerato uno dei maggiori apripista del movimento ecologista internazionale. Poco noto in Italia, nonostante vi abbia vissuto a lungo, è stato il primo a lanciare allarmi contro vari sistemi distruttivi: dalle politiche adottate dalla FAO a quelle della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (FMI), dai cambiamenti climatici alla costruzione delle grandi dighe, dalle problematiche del nucleare e degli OGM fino ai disastri della globalizzazione. È stato uno dei principali ispiratori di quel movimento apparso nel ’99 a Seattle per contestare l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Tra il 1969 e il 1970 ha fondato la rivista The Ecologist diventata una delle voci più credibili del pensiero ecologista a livello mondiale.

È del 2011 Per un nuovo paradigma, una monografia dedicatagli dall’Ecologist Italiano, in cui le testimonianze di personalità e di alcuni collaboratori fanno emergere il suo dissentire e tutta la profondità di un messaggio umano, politico e culturale anticonformista, per il quale, nel 1999, gli venne attribuito il “Right Livelihood Award”, meglio conosciuto come il “Premio Nobel Alternativo”.

Dalla lettura di quella monografia, e soprattutto della sua opera più rappresentativa The Way, tradotta con il titolo Il Tao dell’Ecologia, alla quale lavorò per oltre trent’anni esprimendovi compiutamente la sua visione ecologica, si traggono i concetti fondamentali di un pensiero che invita a ritrovare nella “parte” il “tutto” e viceversa; a comprendere il ruolo della scienza e dell’uomo nella biosfera, e l’insostenibilità del nostro sviluppo economico in un rapporto drammaticamente deteriorato.

La sua è un’analisi caratterizzata da una spiccata avversione per il progresso. In nessuna delle sue opere si prospettano soluzioni possibili all’attuale crisi ecologica attraverso una qualsivoglia rivoluzione tecnologica. Nessun provvedimento a breve termine potrà essere d’aiuto se non una decisiva e netta inversione di tendenza capace di restituire un habitat ospitale alla sopravvivenza nostra e di altre specie. Per lui il progresso è la negazione stessa dell’evoluzione. “L’intero concetto di sviluppo industriale – affermava - è responsabile della distruzione degli ecosistemi del mondo e delle società umane. Lo sviluppo è il problema, non la soluzione”. Proprio per questo suo modo di pensare senza pregiudizi la natura e i suoi precari equilibri, ha subito una pesante emarginazione politica riservata a chi si pone al di là delle categorizzazioni ideologiche di sinistra, centro e destra, da sempre sostenitrici di quello sviluppo del sistema industriale e finanziario responsabile della crisi sociale e ambientale.

Per Goldsmith non c’è un futuro utopico da costruire, ma un recupero attivo del passato. Guarda alle società vernacolari come a modelli di società ecologiche a cui ispirarsi: le sole in grado di risolvere in maniera efficace le conflittualità tra “natura” e “cultura”. Non lo fa con nostalgica lagnanza per un passato arcadico definitivamente perso, ma con la convinzione della necessità di un superamento dell’attuale paradigma. Come l’evoluzione biologica ha portato alla nascita e allo sviluppo di milioni di specie viventi, così l’evoluzione sociale ha portato allo sviluppo di una grande e complessa varietà di gruppi sociali ed etnici adattatisi nel tempo al loro ambiente. Il progresso procede nella direzione opposta, distruggendo gli ecosistemi climax via via sostituiti da sistemi  sempre meno complessi. Un esempio ci viene dalla distruzione dei millenari ecosistemi forestali, rimpiazzati prima da foreste secondarie, poi da piantagioni a crescita rapida, infine da pascoli che preludono le cementificazioni urbane.

Parallelamente, e sempre in nome del progresso, intere etnie subiscono sradicamenti che le trasformano in masse decisamente alienate. Tale fenomeno trova una spiegazione nel “principio di tolleranza ecologica” secondo il quale i sistemi naturali possono funzionare adattivamente solo in ambienti le cui caratteristiche non si siano troppo scostate da quelle ottimali. Nella società industriale l’uomo è spinto fuori dall’intervallo di tolleranza generando sofferenza emotiva e disadattamento che lo rende incapace di adeguarsi a contesti per i quali non è filogeneticamente designato.

Come osservava Eugenio Orsi in un suo saggio sui concetti fondanti del pensiero di Goldsmith “In natura man mano che l’evoluzione raggiunge ecosistemi climax si assiste ad una riduzione dei comportamenti competitivi in favore di comportamenti cooperativi, fenomeno che in ecologia prende il nome di mutualismo. Man mano che il progresso si sviluppa si assiste, invece, al fenomeno opposto: un aumento esponenziale delle competizioni intracomunitarie e fra stati. È logica conseguenza che là dove gli ecosistemi e le società climax producono un aumento dell’ordine, le società progredite producono un aumento del caos. Le società climax come quelle vernacolari massimizzano il riciclaggio di ciò che impiegano per le loro attività che in effetti non producono residui di alcun tipo perché i prodotti di scarto di un processo sono le materie prime di quello successivo. Questo processo aumenta enormemente il grado di autosufficienza della comunità. Ancora una volta nel progresso avviene l’opposto. Le società aumentano l’interdipendenza formando grandi aree di libero scambio economico fra gli stati, l’autosufficienza scompare e la produzione di materiali di scarto inutili e spesso tossici aumentano costantemente producendo inquinamento e ponendo le basi per la scarsità futura”.

Goldsmith è stato fra i primi ad intuire che l’unica economia ecologicamente possibile è quella locale. Non a caso riprende uno dei principi di Gandhi, lo swadeshi, secondo il quale il consumo e la produzione nel solo breve periodo è minato alla base dalla moderna concezione dello sviluppo economico. Quando lo swadeshi non ha più luogo le merci proliferano al di fuori di ogni controllo.

La globalizzazione dei mercati è, pertanto, un processo che acuisce il divario già formatosi fra l’uomo e il suo contesto naturale. La riscoperta della dimensione locale è una meta obbligata per ricucire quel particolare legame di corrispondenza elettiva tra micro e macrocosmo che genera nelle comunità locali quei profondi legami identitari con il territorio. Contrariamente alla vettorialità del progresso, il localismo contrappone una cultura tesa al reintegro evolutivo nel mondo naturale; una cultura fondata sul limite e su quell’autosufficienza che rende l’uomo protagonista attivo e responsabile di un agire armonico, creativo e solidale: secondo natura.

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Cenni su “La Carta del Nuovo Municipio” tra “Localismo” e “Globalizzazione”

Localismo e Globalizzazione

IL COMUNE LABORATORIO DI AUTOGOVERNO
Cenni su “La Carta del Nuovo Municipio” tra “Localismo” e “Globalizzazione”

di Italo Carrarini

L’avviluppante crisi economica, finanziaria e politica di scala planetaria, impone una approfondita riflessione sui possibili modelli alternativi all’attuale sviluppo. I mercati globali utilizzano di fatto i territori come spazio economico unico, omologandoli, affinché le risorse locali diventino beni trasformabili in prodotti di mercato, senza prestare le dovute attenzioni alle sostenibilità ambientali e sociali dei processi produttivi.
In via del tutto teorica la più ampia redistribuzione di opportunità e di capitali avrebbe dovuto portare alla riduzione degli squilibri dei redditi e delle ricchezze: sarebbe servita ai paesi in via di sviluppo per combattere le povertà, per ridistribuire le risorse tra un numero sempre maggiore di paesi e risollevare il livello di entropia da PIL. Tuttavia i dati statistici confermano altro. Gli economisti sono sempre più convinti che gli effetti positivi della globalizzazione costituiscano un palliativo di breve periodo, e che nel lungo, in assenza di una minima regolamentazione dei mercati finanziari internazionali, gli effetti negativi di tale integrazione prevarranno. Lo sviluppo tecnologico ha inoltre acuito lo squilibrio tra l’offerta di lavoro (sostanzialmente legato al luogo) e l’offerta di capitale (disponibile ovunque e in qualsiasi momento). Se non riusciremo a rielaborare un nuovo modello di sviluppo che prenda in considerazione le molteplici distorsioni, saremo destinati inevitabilmente a peggiorare le condizioni complessive. I territori, con le loro qualità specifiche, sono messi a dura prova da un processo che troppo spesso li consuma, togliendo loro valore e innescando meccanismi di distruzione delle risorse locali.
Di qui la necessità di costruire, attraverso un progetto politico nuovo, valide alternative all’alienante fenomeno prodotto dalla società globale sempre più dominata dagli obiettivi dei risultati tecnologici e quantitativi.
Stimolanti spunti di riflessione, contrapposti ai dominanti indirizzi dirigistici ed affaristici, vengono dalla Carta del Nuovo Municipio presentata nel 2002 in occasione del ‘World Social Forum’ di Porto Alegre, la stessa Carta che ha ispirato la nascita della Rete del Nuovo Municipio.
Nell’interessante documento programmatico si delineano nuovi scenari sul ruolo degli enti locali, sulle innovative forme di democrazia diretta, sugli indicatori di benessere, sulle forme di valorizzazione del patrimonio territoriale locale e sulle reti di scambio equo e solidale. In esso si legge: [Solo il rafforzamento delle società locali e dei loro sistemi democratici di decisione consente da un lato di resistere agli effetti omologanti e di dominio della globalizzazione economica e politica, dall’altro di aprirsi e promuovere reti non gerarchiche e solidali.
Il Nuovo Municipio si costruisce attraverso questo percorso finalizzato a trasformare gli enti locali da luoghi di amministrazione burocratica in laboratori di autogoverno. Nuove forme di autogoverno, in cui sia attiva e determinante la figura del produttore-abitante che prende cura di un luogo attraverso la propria attività produttiva, sono rese possibili dalla crescita del lavoro autonomo, della microimpresa, del volontariato, del lavoro sociale, delle imprese a finalità etica, solidale, ambientale, ecc…
Tra gli indicatori di benessere evidenziati: il primo riguarda il grado e la forma della partecipazione sociale alle decisioni, rispetto all’obiettivo dell’empowerment delle società locali; il secondo prevede un drastico ridimensionamento del PIL (come unico indicatore del benessere) e la sua integrazione con indicatori relativi alla qualità ambientale, urbana, territoriale, sociale, e al riconoscimento delle diversità e delle culture; il terzo riguarda il livello e le modalità di riconoscimento del patrimonio locale come base per la produzione di ricchezza durevole; il quarto attiene alla sostenibilità dell’impronta ecologica, con particolare riferimento alla chiusura tendenziale dei cicli delle acque, dei rifiuti, dell’alimentazione, dell’agricoltura, alla riduzione della mobilità e alla diffusione dei servizi rari, al grado di autonomia del sistema territoriale locale nella produzione, nell’informazione, nella cultura, negli stili di vita, ecc…; il quinto è riferito alle tipologie di reti di relazione e di mutuo scambio fra società locali.
Il Nuovo Municipio promuove una nuova rappresentazione del patrimonio territoriale per costruire consapevolezza dei propri valori identitari, dei potenziali di produzione di ricchezza durevole, e per stimolare progetti, piani e politiche atti a generare una nuova economia sociale, fondata sulla valorizzazione collettiva del patrimonio stesso. (…) Aiuta e valorizza gli attori economici, sociali e culturali della città e del mondo rurale che partecipano creativamente alla formazione di progetti capaci di accrescere il valore del patrimonio territoriale locale: i nuovi agricoltori non producono solo merci per il mercato, ma anche beni e servizi pubblici, remunerati dal nuovo municipio, per la cura dell’ambiente, del paesaggio, della qualità urbana.
Si fa inoltre interprete di nuove relazioni di scambio di culture, di prodotti tipici, di saperi tecnici e politici, improntati al superamento della competizione economica selvaggia verso forme di cooperazione e di mutuo scambio solidale (…). Il municipio occidentale esporta la consapevolezza della crisi del proprio modello industrialista e sviluppista ed i germi delle alternative sperimentali a quella crisi; il municipio dei paesi poveri (in via di non sviluppo) può proporre gli insegnamenti della autorganizzazione della sopravvivenza allo sviluppo stesso].
Come dichiarato dagli stessi promotori della Carta, è auspicabile che i consensi raccolti attorno ad essa non si fermino alle pure dichiarazioni d’intenti, ma costituiscano una spinta iniziale all’avvio di processi reali di democratizzazione e di riappropriazione da basso delle dinamiche decisionali.

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Ricuciamo il Pigneto

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